Nei giorni scorsi, la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione contro tutti gli stati membri dell’Unione, dunque anche contro l’Italia, per non aver recepito la cosiddetta direttiva Case Green entro la scadenza del 29 maggio.
La nota della Commissione spiega che le capitali hanno due mesi di tempo per notificare il recepimento a Bruxelles, che in assenza di una risposta potrà emettere un parere motivato portando avanti l’iter di infrazione.
A marzo Bruxelles aveva aperto un’infrazione contro Roma e altri 18 Paesi – incluse Francia e Germania – per non aver presentato la bozza del piano nazionale di ristrutturazione degli edifici.
La procedura di infrazione è per il mancato recepimento della direttiva Ue EPBD IV sulle “Case Green” (avvenuto entro la scadenza di fine maggio 2026).
Queste le possibili conseguenze. Per lo stato italiano al momento non ci sono sanzioni economiche dirette per i cittadini. La procedura di infrazione riguarda il mancato invio del Piano Nazionale di Ristrutturazione degli edifici da parte dell’Italia. Se l’inadempienza dovesse persistere, la Corte di giustizia europea potrà imporre multe pecuniarie allo Stato. Per i privati, la direttiva europea non impone sanzioni dirette a livello comunitario. Tuttavia, compete ai singoli stati membri stabilire le eventuali sanzioni nazionali per chi non si adegua agli obiettivi di efficientamento.
La procedura prevista dalla direttiva non è comunque breve. Di norma i Paesi hanno due mesi di tempo per rispondere alle lettere di messa in mora, completare il recepimento e notificarlo alla Commissione. In assenza di una risposta soddisfacente, Bruxelles può decidere di emettere un parere motivato (la seconda fase della procedura precontenziosa), concedendo un termine ultimo per l’adeguamento. Una volta scaduto, il caso finisce in mano alla Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) con il rischio di vedersi affibbiare una multa salata. A meno che l’esecutivo non sia pronto a rivedere il testo con una nuova proposta di modifica.
Le reazioni
L’Associazione nazionale costruttori edili considera gli obiettivi della direttiva molto positivi per il settore edile, ma ha espresso preoccupazioni riguardo ai possibili rischi di indebitamento per le famiglie. L’associazione chiede un piano d’azione nazionale concreto che supporti i proprietari con incentivi e sgravi fiscali, trasformando gli obiettivi europei in interventi cantierabili senza gravare eccessivamente sui cittadini.
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha sottolineato più d’una volta come gli obiettivi temporali della direttiva, in particolare quelli per gli edifici residenziali esistenti, siano «ad oggi non raggiungibili per il nostro Paese. Nessuno chiede trattamenti di favore, ma solo la presa di coscienza della realtà: con l’attuale testo si potrebbe prefigurare la sostanziale inapplicabilità della direttiva, facendo venire meno l’obiettivo “green” e creando anche distorsioni sul mercato».
Il futuro
Difficile prevedere cosa accadrà stavolta, ma il blocco formato dai 27 sembra ben compatto nel suo ritardo. Dal canto suo la Commissione ha tenuto a ricordare come gli edifici siano ancora oggi il singolo maggiore consumatore di energia in Europa. «Il recepimento e l’attuazione della Direttiva europea sulla prestazione energetica (EPBD) – scrive Bruxelles – sono fondamentali per incrementare l’attuale bassissimo tasso annuo di riqualificazione energetica nell’Ue (1%), ridurre le bollette per cittadini e imprese e la dipendenza dell’Ue dai combustibili fossili importati, nonché per raggiungere un parco edilizio a zero emissioni e completamente decarbonizzato entro il 2050».
Cosa prevede la direttiva Case Green
La normativa punta a rendere il patrimonio edilizio europeo a emissioni zero entro il 2050. Tra gli obiettivi principali: stop alle caldaie a gas entro il 2040; installazione di pannelli solari obbligatoria sui nuovi edifici dal 2030; riduzione progressiva dei consumi energetici e delle emissioni; incremento del tasso di riqualificazione energetica degli immobili.
Il nodo dei costi
Il punto critico resta quello delle risorse economiche. Per centrare gli obiettivi fissati dalla direttiva, l’Italia dovrebbe investire circa 17 miliardi di euro all’anno fino al 2030. Significa una spesa media di circa 25mila euro per intervento su una quota pari al 10% degli edifici. Una cifra che solleva interrogativi su chi dovrà sostenere il peso della transizione. Le opzioni sul tavolo includono: fondi europei; incentivi nazionali (sulla scia dei bonus edilizi); prestiti da ripagare con il risparmio energetico; misure di sostegno per le fasce più vulnerabili.



