inchiesta

Quanto conviene l’efficienza?

Come rispondere a un mercato affamato di efficienza, ma concentrato sul “tutto e subito”? A senso continuare a spingere sulla convenienza dei singoli interventi?
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Immagine misurazioneIl 2014 sarà l’anno dell’inversione di tendenza per l’economia e per il mondo dell’edilizia del nostro Paese? Tutti ce lo auguriamo ma, per il momento, bisogna fare i conti con un mercato che sembra tutt’altro che propenso a investire nel medio-lungo periodo. L’introduzione di Leggi e normative finalizzate all’incremento dell’efficienza energetica in edilizia ha preceduto di poco la crisi del settore. Parallelamente è cresciuta la sensibilità della pubblica opinione, e perciò del mercato, verso le questioni connesse al risparmio energetico e, soprattutto, economico reso possibile dall’adozione di sistemi e tecnologie finalizzate al contenimento dei consumi in fase di gestione. Il mondo della produzione si è perciò trovato a fronteggiare due tendenze fra loro contrastati: da un lato l’esigenza di rispettare vincoli sempre più stringenti, attraverso sistemi e tecnologie che hanno rapidamente sostituito quelli tradizionali; dall’altro la necessità di rispondere a una domanda disomogenea e frammentata poiché più interessata alla ristrutturazione/riqualificazione. Uno dei fattori che ha più influito in questo processo è sicuramente la certificazione energetica degli edifici. Obiettivo principale della certificazione è aumentare la trasparenza del mercato immobiliare, fornendo a potenziali acquirenti e locatari (cittadino, utente, imprenditore, etc.) informazioni circa il più probabile costo energetico connesso alla conduzione di una costruzione. In pratica, la certificazione energetica permette di valutare quale, fra gli edifici di proprio interesse, risulta più conveniente e/o più adatto alle rispettive possibilità di spesa. La certificazione energetica considera infatti le caratteristiche dell’edificio e le prestazioni dei componenti interessati agli aspetti energetici, allo scopo di determinare alcuni indicatori tecnici del consumi specifici (chilowattora al metro quadrato all’anno). Dal 6 giugno 2013 l’Attestato di Prestazione Energetica (APE) sostituisce il precedente Attestato di Certificazione Energetica (ACE). Nello specifico l’APE individua:

– la prestazione energetica globale dell’edificio, in termini di energia primaria totale e di energia primaria non rinnovabile;

– la classe energetica, attraverso l’indice di prestazione energetica globale (EPgl);

– la qualità energetica del fabbricato;

– le emissioni di CO2.

L’APE è obbligatorio per gli edifici di nuova realizzazione, oppure esistenti sottoposti a ristrutturazioni che insistono su oltre il 25 % della superficie dell’involucro dell’intero edificio, nel duplice caso di compravendita e locazione immobiliare. È valido 10 anni e deve essere aggiornato ad ogni intervento di ristrutturazione o riqualificazione che modifichi la classe energetica dell’edificio.

Il potenziale della certificazione

A quattro anni dalla pubblicazione delle linee guida nazionali, che hanno esteso l’applicazione della certificazione all’intero territorio italiano, purtroppo questo strumento rimane una grande occasione mancata. Caso unico nel continente, la normativa nazionale fa riferimento alla cosiddetta “clausola di cedevolezza” (D.L. 195/02, art. 17) che consente a regioni e province autonome il recepimento della Direttiva 91/2002/CE con modalità tecniche differenti, a patto di rispettarne i principi generali. I risultati di questa impostazione – regole, metodologie di calcolo e criteri di classificazione differenti per immobili situati a pochi chilometri l’uno dall’altro; tecnici abilitati che possono operare solo in determinati ambiti territoriali; etc. – sono tutti in contrasto non solo con gli obiettivi della certificazione energetica, ma anche con l’evidenza scientifica: le leggi della fisica tecnica, ovvero della termodinamica, sono infatti valide in tutto il pianeta! In Italia, invece, ogni regione fa caso a sé stante. Per esempio, se prendessimo in considerazione le certificazioni di due edifici identici situati in aree geograficamente e meteorologicamente simili – ad esempio, a Cremona e a Piacenza (27 km di distanza in linea d’aria), oppure a Rimini e Pesaro (33 km), non avremmo alcuna certezza circa l’effettiva confrontabilità dei risultati, resa esplicita dall’attribuzione della classe energetica. Il tutto indipendentemente dalla competenza e dalla scrupolosità del certificatore. L’APE contiene infatti una sezione denominata “Raccomandazioni”, nella quale il certificatore fornisce tutte le indicazioni per il miglioramento dell’efficienza globale dell’edificio. Tale valore, espresso come “Prestazione energetica raggiungibile”, è riferito all’esecuzione degli interventi di miglioramento che il certificatore ha individuato come fattibili e convenienti. Questo significa che la certificazione permette di conoscere, almeno in via indicativa, quali prestazioni l’edificio potrà ragionevolmente raggiungere in caso di riqualificazione energetica. Oltre a un’impostazione normativa che sembra concepita al preciso scopo di limitarne al minimo l’impatto sul mercato, la certificazione energetica ha anche scontato l’effetto di provvedimenti legislativi poi dimostratisi in contrasto con le direttive comunitarie e dei ritardi nell’emanazione dei provvedimenti attuativi che, nei fatti, l’hanno ridotta a mero adempimento burocratico. Ciò nonostante, rimane uno strumento fondamentale per qualsiasi scelta energeticamente consapevole, ovvero non  motivata da mero scopo speculativo, nel mercato immobiliare e, di conseguenza, anche nel settore dell’edilizia.

Efficienza e convenienza

Ora concentriamo la nostra attenzione sull’effettiva percezione della convenienza delle iniziative di riqualificazione energetica del costruito. Ci sarà d’aiuto l’ “Energy Efficiency Report 2013”  rilasciato lo scorso dicembre dalla School of Management del Dipartimento di Ingegneria gestionale del Politecnico di Milano, Energy & Strategy Group. Come i nostri lettori più attenti sicuramente ricorderanno di tale studio abbiamo diffusamente trattato sul numero di febbraio ( si legga il servizio “Interventi efficienza energetica: quale il ritorno economico?”) dettagliando il tema dell’efficienza energetica per i settori affrontati dai ricercatori, settori costituiti da residenziale, industriale, dei servizi e della pubblica amministrazione, analizzando per ciascuno di essi gli ambiti maggiormente interessanti ed energivori. La caratterizzazione si è spinta fino all’individuazione, per ciascun settore, delle soluzioni e delle tecnologie specifiche, intesa sia come contenimento dei consumi energetici, sia come riduzione della dipendenza dall’approvvigionamento di energia elettrica o del combustibile impiegato per gli usi termici. Il costo medio lungo l’intera vita utile di ciascuna tecnologia per risparmiare o produrre un singolo kWh elettrico è stato poi comparato con il costo evitato dell’approvvigionamento dalla rete elettrica o gas. Ricordiamo ancora che i casi considerati sono stati due:

– sostituzione “forzata”, a fine vita, della tecnologia esistente con una più efficiente – in questo caso, perciò, l’investimento da considerarsi è dato dalla differenza di spesa necessaria a utilizzare una tecnologia più efficiente rispetto a un’altra dalle caratteristiche simili di quella da sostituire;

– sostituzione “volontaria” di una tecnologia ancora funzionante – ovvero nel caso di un intervento finalizzato al miglioramento delle prestazioni energetiche.

Per ciascuno di questi casi è stato infine calcolato il “pay-back time”, parametro che consente la valutazione del tempo di rientro dall’investimento per un intervento di efficientamento energetico, in assenza e in presenza degli eventuali incentivi, comparato con un valore “soglia” determinato sulla base delle aspettative del decisore (1÷2 anni per l’industria; 2÷3,5 anni per il terziario e la pubblica amministrazione; 4÷6 anni per l’edilizia residenziale).

Tempi duri, anzi brevi

Come abbiamo evidenziato “dati alla mano”, lo studio restituisce esiti estremamente interessati, rispetto ai quali vale la pena tornare ad evidenziare gli aspetti che chiamano in causa direttamente il comparto dell’edilizia e, di conseguenza, il mondo dei serramenti e delle facciate continue.Nonostante il payback time sia in molti casi superiore ai valori soglia, considerando la convenienza delle tecnologie per la loro intera vita utile, praticamente tutte le soluzioni e le tecnologie per l’efficientamento energetico risultano economicamente sostenibili pure in assenza di incentivi. Tutte tranne una, una sola eccezione: la riqualificazione energetica dell’involucro edilizio (chiusure vetrate; superfici opache) nel settore residenziale e nel terziario. Nella tabella trovate i dati estrapolati dal rapporto.Tabella

 

In pratica, il rapporto evidenzia come la soglia delle aspettative di pay-back time per interventi di efficientamento dell’involucro edilizio sia rispettata solo nel caso della sostituzione forzata (ovvero per obsolescenza funzionale o per imposizione normativa) delle chiusure vetrate in ambito residenziale e, soprattutto, solo in presenza di incentivi. Cosa significa tutto ciò?  Le considerazioni  finali  articolate da Edo Bruno nel suo commento al rapporto,  sostengono i dati   dimostrino che l’attore medio presente sul mercato italiano oggi non ha una effettiva e reale convenienza economica nel procedere alla sostituzione dei serramenti di casa propria a meno che non si rompa irrimediabilmente e, comunque, a condizione di usufruire sempre della detrazione fiscale. Fatto che se da un lato taglia alla radice qualunque opposizione riguardo l’efficacia dell’incentivo nel fare emergere il “nero”, dall’altro sconfessa quanti continuano a sostenere che nella trattativa con il cliente privato è sempre opportuno ribadire la convenienza economica del procedere alla sostituzione dei serramenti proprio grazie alla presenza degli incentivi.  Farlo è fuorviante, ed è bene ripeterlo. Se il cliente privato è appena appena informato sul reale rapporto costi/ricavi-risparmi dei diversi interventi incentivati, sarà più probabilmente orientato ad intervenire su altri componenti del sistema-edificio che, nonostante abbiano raggiunto una maturità tecnica equivalente a quella dei serramenti e degli isolanti per superfici opache, offrono un payback time più breve – fatto che non necessariamente significa un’efficienza energetica complessivamente più elevata e che, comunque, espone il contenuto risparmio realizzabile all’effetto erosivo dell’aumento delle tariffe energetiche.

Le ragioni della tecnica

Il potenziale di risparmio dell’edilizia residenziale stimato dal rapporto al 2020 è di 51 TWh annui, ovvero il 54% del potenziale globale dell’intero Paese. La domanda da porsi riguarda le modalità con le quali il mercato tenderà a raggiungere questo obiettivo teorico. Ragionevolmente le tecnologie che presentano costi assoluti minori saranno favorite.Immagine 3 È il caso dei sistemi di generazione di energia termica, ad esempio caldaie a condensazione, bruciatori rigenerativi e auto-rigenerativi, pompe di calore e solare termico. Nel terziario – ma esiste una crescente casistica anche nel residenziale – saranno privilegiati anche cogeneratori a turbina a gas, a combustione interna e a cicli combinati. Un altro ambito che non può essere trascurato è quello dei sistemi di building automation e di building management, all’interno dei quali possiamo ricomprendere anche quei dispositivi finalizzati alla regolazione dell’erogazione del calore nelle singole unità immobiliari, come le valvole termostatiche per i termosifoni – in alcune regioni, la loro installazione negli edifici esistenti è già obbligatoria – e, di conseguenza, i sistemi di pressurizzazione per la distribuzione dei fluidi, come le elettropompe. Nell’insieme, gli interventi sugli impianto possono conseguire risparmi soddisfacenti (indicativamente fra il 10 e il 15%), a fronte di costi relativamente contenuti e di un quadro di incentivazioni consolidato. Ovviamente, dal punto di vista tecnico, fare efficienza non può significare solo intervenire sui sistemi di generazione, distribuzione e controllo. Il capitolo relativo al contenimento delle dispersioni da parte dell’involucro è decisamente più importante: sempre secondo il rapporto, in Italia circa il 50% degli edifici presenta superfici trasparenti con trasmittanze superiori a 3 W/m2K, valore facilmente dimezzabile con un buon serramento dotato di vetrocamera singola. In media, il risparmio atteso oscilla fra 15 e 30%. La realizzazione di un cappotto termico a protezione delle parti opache dell’involucro è in grado di migliorare ulteriormente l’efficienza energetica degli edifici esistenti in un ordine di grandezza variabile, sempre in termini indicativi, dal 25 al 50%. Rispetto a quelli sulla parte impiantistica, gli interventi che interessano l’involucro edilizio sono decisamente più onerosi dal punto di vista economico e complessi sotto il profilo tecnico-esecutivo. Anche per queste ragioni il mercato non sembra essere particolarmente recettivo nei loro confronti e, in ogni caso, l’attuale regime delle agevolazioni non è in grado di rendere appetibili questo tipo di progetti di riqualificazione.

Servizio completo

Il quadro finora tracciato oggettivamente restituisce limitate prospettive per chi si occupa di componenti d’involucro e, stante l’attuale congiuntura del settore delle costruzioni, si trova nella necessità di promuoverli con correttezza nell’ambito della riqualificazione energetica degli edifici. Ma come operano le imprese specializzate nel settore dell’efficienza energetica?Le ESCO (Energy Service Company) si occupano della fornitura di servizi energetici integrati (progettazione, installazione, manutenzione e gestione degli impianti) e, con crescente successo, propongono al mercato contratti remunerati in base al risparmio effettivamente conseguito a seguito di un intervento di efficientamento energetico. In pratica, il loro profitto è direttamente legato alla differenza tra la bolletta energetica prima e dopo l’intervento, spesso mediante clausole contrattuali che fanno riferimento a prestazioni minime garantite, fino alla conclusione del periodo di pay-back previsto. L’aspetto che più ci interessa riguarda il loro modello di business. Una ESCO si pone infatti come intermediario fra il proprio cliente (azienda/ente pubblico/proprietario immobiliare) e il mercato, proponendo:

– il supporto tecnico necessario alla progettazione di interventi di incremento dell’efficienza;

– la realizzazione degli interventi mediante aziende terze;

– il reperimento dei finanziamenti necessari alla copertura delle spese d’intervento;

– la fornitura dell’energia alle migliori tariffe presenti sul mercato;

– la gestione e manutenzione degli impianti, allo scopo di conseguire ulteriori economie in fase di conduzione.

In sostanza, una ESCO è in grado di fornire l’intero spettro dei servizi connessi all’efficienza energetica: il limite ultimo del suo tornaconto, così come la convenienza del cliente, consiste nell’azzeramento dell’aumento dei costi energetici.

Questione di scelte

Questo è un passaggio fondamentale per comprendere qual è, attualmente, uno dei più interessanti scenari per la trasformazione del mercato della riqualificazione energetica. Qualsiasi intervento di efficientamento presuppone che il risparmio nei consumi copra rapidamente i costi sostenuti: abbiamo infatti visto prima che gli interventi più ambiti sono quelli con payback time di minore durata. Chi intraprende un intervento di questo tipo deve però disporre dei capitali necessari, fatto che limita drasticamente il numero degli interventi volti a migliorare le prestazioni dell’involucro – gli unici in grado di garantire elevate prestazioni di risparmio energetico – in ragione dei loro costi elevati e del conseguente lungo periodo di payback. Invece di perseguire il mero risparmio in tempi brevi, un intervento di riqualificazione potrebbe invece porsi come obiettivo il semplice mantenimento delle spese energetiche attuali per un periodo medio-lungo, mettendo il committente al riparo dalla continua escalation del prezzo dell’energia, a patto che il costo degli interventi – poiché di questo stiamo parlando: impianti e involucro riqualificati contestualmente per massimizzare le prestazioni energetiche – siano interamente coperti dal risparmio conseguito. Immagine 1In altri termini: un’azienda/ente pubblico/proprietario immobiliare è oggi disposto a investire nell’efficienza energetica a patto di spendere poco, poiché prevede di iniziare a risparmiare nell’arco di pochi anni. Potrebbe però essere altrettanto interessato a mantenere le spese attuali e, contemporaneamente, a riqualificare l’intero proprio immobile senza spendere un euro, destinando alla copertura dei costi l’intero risparmio economico così ottenuto. Indipendentemente dalle fluttuazioni del mercato, l’aumento delle tariffe energetiche è un fatto storico al quale non possiamo sottrarci. Si tratta perciò di decidere come utilizzare le risorse economiche che destiniamo oggi alla spesa energetica, scegliendo fra due alternative:

– continuare ad acquistare combustibili fossili ed elettricità a prezzi sempre crescenti, puntando a interventi di corto respiro;

– mantenere la spesa energetica attuale, utilizzando il risparmio per migliorare il comfort e rivalutare i nostri edifici sul mercato immobiliare.

In questa seconda ipotesi, gli operatori del mercato concorrono a ricercare l’efficienza energetica (come se fossero una ESCO) per ottenere quella parità fra costi e risparmi in grado di assicurare:

– al committente, un periodo il più lungo possibile durante il quale la bolletta energetica rimane costante;

– alle imprese, l’attivazione di interventi di ampio respiro che coinvolgono tutti gli ambiti tecnologici.

Salto di scala

Ma questa seconda ipotesi, assolutamente fattibile sotto il profilo tecnico-operativo, è realmente praticabile nel mercato italiano odierno? La risposta è a nostro avviso affermativa, a patto di creare le condizioni. Abbiamo visto come gli interventi meno incisivi sotto il profilo energetico siano anche quelli con una minore prospettiva temporale – a conferma del fatto che l’attuale regime degli incentivi, basato su criteri prescrittivi e non sulla riconoscimento delle prestazioni effettive – non crea i presupposti per una seria ed estesa politica di riduzione dei consumi del parco edilizio nazionale. Restando negli angusti limiti delle detrazioni fiscali, chi produce caldaie a condensazione o pompe di calore ha qualche probabilità in più di vendere il proprio prodotto rispetto a chi produce serramenti o pannelli termoisolanti. Ma i numeri che servono alle aziende italiane per invertire la tendenza alla stagnazione del mercato interno sono di ben altro livello. Il nocciolo del problema risiede, a modesto avviso di chi scrive, nell’incapacità delle nostre imprese di ragionare in termini di sistema. Senza rinunciare alle proprie specificità, è necessario adottare altri modelli di business poiché è chiaro che quelli finora utilizzati non sono più efficaci. Soprattutto, è necessario un salto di scala. Ad esempio attraverso la creazione di reti d’impresa, nelle quali soggetti diversi della filiera (il costruttore edile, l’installatore/gestore degli impianti, lo studio professionale, i produttori dei sottosistemi costruttivi, gli artigiani specializzati, il distributore dei materiali, fino all’istituto di credito e al certificatore energetico) collaborano fra loro per offrire un servizio omnicomprensivo, capace di incidere sulla realtà del mercato offrendo soluzioni accessibili a una domanda eterogenea e frammentata. Questa prospettiva è molto più prossima di quanto si possa credere: esistono già interessanti realtà imprenditoriali a rete, che si propongono come unico attore di riferimento per interventi di riqualificazione energetica in edilizia. Nei confronti dei clienti, si occupano di sviluppare il progetto, assistere i committenti nell’accesso agli incentivi, trovare i finanziamenti per coprire i costi restanti, realizzare l’intervento e occuparsi della gestione per il tempo stimato di rientro dell’investimento, con contratti che garantiscono la prestazione energetica. Al proprio interno, invece, le reti d’impresa attuano forme di coordinamento che, senza la necessità di modificare l’assetto , permettono di aumentare la massa critica e di risultare più incisive sul mercato, di ridimensionare il fabbisogno finanziario, frazionare i rischi, favorire la concentrazione delle competenze, l’uso efficiente delle risorse e la riduzione di sprechi.

 

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